Se la poesia non fosse mai esistita

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Se la poesia non fosse mai esistita

(Intervento al convegno Le parole e le cose: i problemi della poesia contemporanea – Salone OFF)

E’ un maledetto vuoto. Un vuoto sovraccarico di parole. Le parole sono elettricità. Una dopo l’altra generano un circuito. Offrono luce. Ma il vuoto è terminale ed elastico; si modella in base alle esigenze. La luce non ha scampo: è fine a sé stessa, destinata all’oblio sofisticato dei nostri complicati e ansiosi quotidiani. E adesso è tempo di vuoto. Vuoto il colore degli occhi, vuoto il tempio del cuore e della poesia. Sto parlando. Lo sentite? Sto parlando con parole semplici perché mi sento offeso dal cicalio costruito dei messia. Sono vuoti. E’ vuoto. Nella ginnastica delle mandibole affamate di conoscenza, è facile riscontrare un vocabolario barocco, ipertrofico e scientifico o discordante e poco fluido, ritmico. Ci scontriamo sempre con l’altolocato modo di essere maestri e mai alunni. Il vuoto gode di queste sdrucciolevoli vicende. Forse qualche parola – qualche arioso verso – riesce a fuggire e mettere radice. Entra nel nostro mondo ed eccola: fa parte di noi. Ma è un qualcosa di raro, ormai da definire arduo, complicato, tortuoso. Non perché il mercato è saturo – mille e oltre euro per una pubblicazione e poi l’abbandono, chi si è visto si è visto, vai con Dio. No: è una questione di sentimenti andati in ibernamento, di un Io lirico che ha smesso di farsi Noi, di un linguaggio comune non più considerato; quasi ideologico, reciproco, per Antonomasia. In una struttura troppo matura – ma al contempo acerba – come la nostra realtà, naturale è l’indifferenza e l’abitudine di un gesto non corrisposto. E’ automatismo. Ripetizione. Passato che si fa presente. La prima frattura si genera negl’anni settanta anti-ideologici e ancora rinchiusi nei canoni rigidi della lirica. Muore Pasolini. Più tardi toccherà a Montale. Nel 1970 era già volato via Ungaretti. E’ un momento di stallo: bruciato il sessantotto, arrivano gl’anni di Piombo, la televisione come nuovo referente informativo e culturale, il capitalismo e il libero mercato. Sono le basi che porteranno alla nascita del caotico postmoderno con i vari tentativi poetici di restaurazione convenzionale degl’anni ottanta. Manca un padre. Manca un percorso comune che identifichi la retta via. Sono morte le avanguardie. L’ultima quella del ’93. Innovativa perché è intesa come una forma che può sostenere l’autonomia e l’espressione soggettiva in una visione collettiva e sociale, con una costruzione testuale vista come atto comunicativo linguisticamente consapevole (sperimentando nuovi percorsi performativi e metrici). Ma tutto questo è sempre invischiato nel meccanismo dell’assenza. Sono lontani. La voce è rarefatta. Tutto è singolo. Tu per tu. Io Io. Solo i poeti leggono i poeti. La poesia come un fatto personale, un libro da regalare agli amici. Ci si lascia andare con gli sviluppi del tempo, una malattia endemica, in un edonismo relegato al proprio pensiero. Una specie di masturbazione incessante. Se il popolo si fa catapultare in una contrazione sociale verticistica e disorientante, il poeta non si pone al di fuori di tale tendenza mediatica e sconvolgente: l’espone, ma non si fa più portatore di nessun cambiamento e disagio civile. Non alza più la sua voce. Anzi, tende a raffigurare il quotidiano come un qualcosa di unicamente intimo e universalmente geocentrico – organico, filosofico, puramente descrittivo. Un gioco troppo prelibato per la gola sapiente del vuoto. Aggiungetevi una scuola carica di problemi politici e scarsamente vogliosa d’innovare (ferma al 1945, sia storicamente che nello studio della letteratura). Accompagnate tutto con una forte dose di narcisismo letterario, qualche foto sui social network, un po’ di lecca culo dell’ultima ora, i giovani poeti internauti: benvenuti nel duemila. Charles Baudelaire diceva nella poesia introduttiva, “Al lettore”, del libro I fiori del male: Tiene il Diavolo i fili che ci muovono. Scopriamo un fascino nelle cose ripugnanti; ogni giorno d’un passo, col fetore delle tenebre, scendiamo verso l’Inferno, senza orrore. Come un misero vizioso che bacia e morde il martoriato seno d’una vecchia puttana, noi rubiamo in fretta un piacere furtivo spremendolo con forza come una vecchia arancia. […] Se stupro, veleno, pugnale ed incendio non hanno ancora ricamato con segni piacevoli di pietosi destini il banale canovaccio, è che l’anima nostra, ahimé! non è troppo ardita. Ma tra gli sciacalli, le cagne, le pantere, le scimmie, gli scorpioni, i serpenti, gli avvoltoi, i mostri guaiolanti, urlanti, grugnenti e striscianti nell’infame serraglio dei nostri vizi, eccolo là il più brutto, il più immondo, il più maligno: la Noia! E’ un malessere che provo spesso d’innanzi alla poesia dei nostri giorni. Sono nauseato dal mio stesso interesse. Io sono figlio di questa generazione. Non ho avuto padri. Tutti quelli che definisco tali sono morti. Il mancato approccio con la gente comune e i suoi mali e i suoi limiti concavi, sviluppatosi nell’ultima fase degl’anni novanta, si sono trasformati in un imbuto dove convergono tutti i solipsismi egoistici e letterari – arrivati in un vicolo cieco coadiuvato dalla Rete e dalla sua mancanza di regole e privacy. Improvvisamente abbiamo sostituito il rapporto di scambio biologico con quello virtuale. Questo rapido mutamento ha fatto sbocciare una nuova cultura di massa dove finalmente tutti possono dimostrare di essere un qualcuno – nei quindici minuti di fama definiti da Warhol. Improvvisamente il silenzio e la riflessione sono stati subaffittati a termini come istantaneità e minimalismo fraseologico. Il luogo immateriale della rete è diventato l’agorà dove poter essere sempre in circolo – sempre gratuitamente – dimostrando agl’altri la propria unicità e bravura – misurati e valutati in base a dei Like. Ci siamo accorti di essere tutti poeti, di avere sempre uno spazio pubblico (migliaia di riviste, migliaia di concorsi a pagamento, migliaia di pubblicazioni senza alcuna direzione editoriale o veicolazioni pubbliche e originali) dove battezzare ed esplicitare la passione poetica ed essere madri e padri allo stesso tempo – potremmo definirla una fecondazione artificiale del poeta. Senza confini, tutto a pagamento tranne il guadagno per il lavoro realizzato, immolati nel nichilismo più banale possibile: siamo tutti diventati dei Divi, dei fighi, dei Dannunziani del nuovo millennio. Improvvisamente è scomparsa la poesia, lasciando come scheletro la figura bronzea del poeta. Sì: è comunque la solita condanna: i cadaveri sono tutti allineati in una pila indistinta. Sono un’epidemia. Verranno bruciati. Bambini, bambini ascoltate: adoperate i vostri migliori pennelli e descrivete l’orrore di una maceria che urla vuoto e cielo. Io non voglio sembrare arcigno o troppo schizzinoso. Io sono un poeta, sta a voi giudicare il mio operato – in fin dei conti ognuno ha le sue pupille gustative. Io denuncio solo un disagio già esplicitato da molti altri. Come asserisce Franco Buffoni: sono tutti bravini e inquadrati come pianisti giapponesi: non vedi errori, svarioni o ingenuità, ma il tasso di originalità è inferiore di un tempo. Sinceramente, provo dolore a dire tutto quello che ho detto. Per me la poesia è lavoro e gioia e fatica fisica e mentale. Ed essendo parte di me come radice alla terra, non posso che incazzarmi quando vedo tutto questo. Lo scrittore Bjorn Larsson dice: come essere umani, come restare umani, come non diventare disumani, sono queste le vere questioni della letteratura. Che parli o meno del mare, dei marinai o dei terraioli. Ma prima ancora bisogna avere una storia bella da raccontare, in una lingua affilata che manda scintille, senza, semplicemente, non c’è letteratura. Daniel Falb, un poeta tedesco post ’89, usa il linguaggio come sintomo mischiato ad un’irritazione non individuale, ma ambientale e sociale. Come per Elliot, il poeta può realizzare le idee e trattare concetti filosofici non come materia di discussione, ma come materia di visione. Immagini che riprendo il senso, elevandolo. Per Falb, il testo poetico è un medium carico di atmosfere e atteggiamenti collettivi, mai di un solo soggetto. Mischiando rappresentatività e significato, la poesia – con un linguaggio urbano e sarcasticamente mediatico, in un assetto sperimentale e musicale – si fa portatrice di un messaggio non solo sociale, ma anche di un’estetica espressiva non artificiale (quindi, non pubblicitaria o partitica) né passivamente emotiva (quindi, non televisiva o puramente scientifica). Sta tutto qui e tanto altro il mondo della poesia divorato dal poeta. Se la poesia non fosse mai esistita, niente sarebbe giunto a noi. Forse l’uomo si sarebbe estinto prima della Bibbia e i suoi versi onirici. Forse non avremmo saputo innamorarci o cantare una canzone senza poesia. Forse neppure il linguaggio si sarebbe sviluppato. Saremmo dei muti che si guardano i piedi andare non si sa mai dove. Non avremmo avuto nessuna Odissea da rappresentare quando le cose si mettono difficili – non avremmo mai conosciuto Troia e la sua disavventura. Senza Divina Commedia non avremmo mai avuto la capacità di comprendere l’aldilà né l’amore profondo verso la bellezza di un tormento chiamato Beatrice. Senza Leopardi non ci sarebbe stata la lingua italiana e un Infinito nel quale tuffarci quando la strada è la sola cosa che ci rende liberi e introvabili. Immaginate tutto ciò e immaginate che qualcosa del genere si sta avverando. Il mondo è un luogo di tasselli e viti che vengono avvitate o allentate perpetuamente, progressivamente. Il termine poesia vuole dire creazione, dove il significato semantico delle parole si lega incondizionatamente al suono musicale dei fonemi. E’ una specie di miracolo umano. Ma questo, come tutti i miracoli in generale, non può avvenire senza un Verbo. Siamo noi poeti a raffigurarlo, concepirlo, metterlo in vena. Siamo noi che dobbiamo gridare e mettere luce. Pluralmente. Armonicamente. Altrimenti saremo solo inquinamento, come plastica invisibile nel mare. E il mare è la poesia. Ma per quanto uno ci tenti, anche se la vacuità e il tradimento sospirano, nell’incessante spirale dell’assenza, rinnegando quello che ho detto: sono i poeti a scomparire: la poesia non si esaurisce mai.

Postilla successiva all’intervento.

Partendo da questo mio intervento, gli altri relatori, hanno dato vita ad un dibattito che mi ha aiutato a comprendere alcune dinamiche in me assenti o conflittuali. Sicuramente, i relatori, erano delle persone intelligenti e sapienti. Hanno citato nomi e situazioni a me ignare. E’ stato utile apprendere nuove cose. Ed è corretto, a mente fresca, aggiungere questa postilla. Per chiarire tre cose.

  1. I padri

Effettivamente, ognuno di noi poeti/scrittori ha un padre. Il padre può essere vivo o morto. Sta a noi scegliere il nostro maestro e studiarlo e preservarlo. Ma qui scaturisce una domanda: a cosa mi serve un padre letterario? Il padre serve a trovare un percorso, non a imitarlo. Un padre serve ad avere delle radici, un luogo dove poter tornare e sentirti dire <<Bentornato a casa>>. Il padre è come un Dio: non si vede, ma muove la coscienza; indirizzandoti e insegnandoti. Ma il padre non è la tua voce. Il padre non è una maschera dietro la quale nascondersi. Il padre è la tradizione, sta a te scriverne una nuova. Non c’è storia senza padri. Ci possono essere padri sconosciuti, sta a noi cercarli e renderli nostri.

  1. L’esperienza

Mi stupisco sempre quando qualcuno descrive cose che non ha mai vissuto. Certo i sentimenti sono ovunque e grazie ai servizi informatici tutti possono “vivere” con tutti. Ma non lo trovo molto saggio. Posso capire le cose distanti e di difficile contatto – che comunque richiedono studio e ricerca e riflessione. Un esempio: nell’ultimo periodo c’è stato un surplus di poesia civile. Il tema è solo uno: gli immigrati. Tema caro a poca gente, ma molto sentito dai poeti di ogni dove. La maggior parte di loro, però, ha ricevuto informazioni dalla Rete e dai canali televisivi. Quindi con un filtro, senza toccare con mano la realtà di un dramma. Io ho vissuto tali drastiche dinamiche. Li ho presi dalla spiaggia, li ho depositati sulla barella e portati in ospedale. Ho visto gli occhi pieni di sale e dolore. Ho visto i morti portati dal mare. Con questo non voglio dire che il mio parlarne sia meglio di un altro – non me ne frega niente: ciò che voglio esplicitare è come il marasma fluido delle informazioni via schermo possa dettare perpetue sinergie plastiche – perché prive di pathos diretto – da poter generare continuamente poesie prive di influenza sociale. E di poterne scriverne dopo appena cinque minuti dall’accaduto. Come se fossimo costretti, quasi da sentircene in colpa se non se ne discute. Per analizzare il problema e parlarne ho dovuto aspettare sei anni. Ho dovuto studiarlo – anche questo è un certo tipo di esperienza. Ho dovuto confrontarlo e oggettivare ogni micro passaggio (evolutivo e nascosto). La mia prima poesia su quello che ho vissuto l’ho scritta quattro anni fa. Nessuno è costretto a parlare di certe cose. Nessuno è obbligato a sobbarcarsi i problemi altrui. E se lo si fa, oltre il cuore, serve un’azione. Se l’esperienza deriva da una poltrona ed un PC, cosa vuoi dirmi? E se si ferma lì, qual è il fine? Di cosa vuoi parlare, se non di te stesso, filosofia, pene e disperazione? Come dice Mircea Cartarescu, la poesia è un parlare di sé col mondo; in ogni testo c’è una parte di noi. Ma se quella parte di noi non è vera, ma costretta per via di un momento propizio, a nulla sarà servita la nostra poetica e il nostro desiderio di creare. Nessuno è costretto a scrivere o a poetare. Normale che la poesia non si venda, con dinamiche da salotto di Giletti, chi ha voglia di leggerla?

  1. I critici

Di critici utili non ce ne sono più. Di sicuro, ce ne sono più di un tempo. Tanti amici di amici e parenti. Di conseguenza, poco propensi a screditare un amico o un parente. Naturale. In un sistema logorato dai Like di un social network, ci troviamo dinnanzi ad un mercato basato su questi. Non è la qualità ma la quantità a fare Poeti. E i critici non esistono. Gli algoritmi danno risalto alle cose più lette, pagate, cliccate. Va avanti solo il più potente. Per vincere su Golia tutti siamo costretti a trovare degli stratagemmi. Ma se improvvisamente ci rendessimo conto di trovare in Golia il nostro Sé? E se ci accorgessimo che sarebbe più comodo non combattere e scendere a patti col demonio? Più o meno quello che accade oggi: tutti bravi con tutti ed è un piacere vivere.

Conclusioni.

Quest’ulteriore breve analisi affrontata vuole solo constatare alcune delle tante dinamiche della letteratura contemporanea, dei suoi processi corrosivi e delineati da una decadenza lassativa e contagiosa. E’ solo una discussione che ne vuole generare altra. Quella che manca e che molti non considerano utile. Ma tutti questi che scrivono trattati e spiegazioni e libri sulla Poesia Contemporanea tendono ad essere fini a sé stessi, non trovando più un pubblico giovane attento e interessato a scoprire cose così uguali e ripetitive – grazie per l’ennesima delucidazione su cosa è stata la poesia degl’anni settanta, ottanta, novanta; sempre la solita, naturalmente.

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