.IL TESTAMENTO DEL VUOTO.

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.IL TESTAMENTO DEL VUOTO.

SINOSSI.
La stanza è un vuoto budello. Una sola porta d’entrata. Una sola porta d’uscita. Cammina l’ordine nella stanza. Qui si comprende la legge. Ordine che rende giustizia. Una sedia al centro e intorno gli eventi che costruiscono la stanza. La stanza nasce dalle situazioni createsi momento dopo momento, come illazioni del tempo, come battito cardiaco: aumenta: aumenta la stanza. La sua estensione non determina limiti. Può circondare il mondo. Tutti ci possono finire dentro. Noi non decidiamo nulla. Siamo solo il mezzo che impone la risposta. C’è sempre bisogno di una certezza che giustifichi la domanda. E il quesito piglia forma da una paura, dal timore di essere un verme strisciante – giudicato, scoperto, vulnerabile – e calpestato dall’odio di chi non concepisce l’ordine. Per questo la stanza va pulita ogni istante, un solo granello di polvere e tutto potrebbe esplodere, destrutturare la convivenza militaresca che regge le reti della paura. Nella stanza governa il predominio dell’orrore. Se la domanda scaturisce da un timore, la risposta non può che nascere da esso: il dolore non lascia scampo, impone la verità che tutti conoscono: siete qui per schiacciarci, per ridurci a semplici burattini. Destabilizzare il potere che riveste le nostre divise. Questa è la sola verità che conosciamo. E la pretendiamo.

PRIMO CAPITOLO.
Nome: Giulio Regeni. Scomparso e ucciso tra il venticinque gennaio e il tre febbraio duemilasedici. Non diceva la verità. Scaraventato per strada, il resto sono solo menzogne perché il vuoto della stanza non può essere descritto né commisurare la punizione alla colpa. Alcune azioni vanno compiute per dimostrare la grandezza di ciò che si è creato. Per non andare troppo oltre. Restare immobili nell’incastro perfetto, dove ogni cosa è un contorno buono per lo spettacolo della vita predisposta e razionata alle nostre esigenze. La verità non può sfuggire dalle nostre domande che sono un esempio delle necessità che ci rendono liberi di essere quello che siamo. La libertà è un metro che teniamo aperto davanti all’uomo. Comprendiamo la matematica dell’autonomia, della libertà di scelta? Sì, la decidiamo costruendo sbarre per evitare l’errore, il cadere nella banalità del superfluo, per scongiurare corruzioni, plagi, spie convinte e futuri funesti.

<<Chi ti ha assolto per fare questo?>>
<<Come mai eri in contato con i comitati del Sindacato?>>
<<Da dove arrivano quei soldi?>>
<<Sei una spia o una pedina?>>
<<Pensavi di passare inosservato?>>
<<Perché sei venuto nel nostro paese a compiere i tuoi studi?>>
<<Non sei grato per quello che ti è stato concesso?>>
<<Hai avuto altri contatti oltre loro?>>
<<Perché eri in piazza quel giorno?>>
<<Quanto denaro hai percepito per il tuo silenzio?>>
<<Perché non la smetti di dire cazzate e non racconti la verità?>>

La stanza non ha finestre. I muri non diffondono le grida. Non c’è alternativa al vuoto. La tortura è la fase intermedia, viene prima della morte. Storcere le membra, infiammare il petto, sentire quasi piacere. Perché dopo le lacrime sopraggiungono le risate. Risate violente. E questo spinge la mano dell’aguzzino a premere più forte, ancora più forte. Un divertimento generale. Risa, risa, risa e improvvisamente il silenzio. Il buio che non lascia conforto, solo un’ombra sul presente e un futuro di cazzate e depistaggi. Per il bene della verità. Devi parlare prima. La coercizione fisica, psicologica non ha limiti definibili: fa parte della stanza; lì dentro ogni cosa diventa parte e partecipazione. Devi parlare prima. Comprendi che la soluzione ha l’occhio fisso sulle tue parole e le nostre leggi? Inutile deragliare: ormai sei entrato nella stanza. Una porta d’entrata. Una porta d’uscita. Signor Regeni, lei comprende che la stanza non esiste? Lei si rende conto che può alzarsi dalla sedia e tornare ad essere un uomo qualunque?

(INTERMEZZO)
Isolamento. Mettere un prigioniero in una cella priva di ornamenti e colori. Lasciarlo per lunghi periodi senza alcun contatto umano e percezione del tempo. Privarlo di cibo e acqua. Poi giocare con le luci. Privarlo del sonno. Vedere i suo occhi gonfi, chiudersi e aprirsi. Sbattere la testa contro la parete per il nervosismo. Gridare bestemmie e suppliche. Andiamo oltre. Scherzare col gelo. Bagnare il prigioniero; mandare aria fredda nella sua cella; sentire battere i denti anche oltre la porta di ferro; vederlo rimpicciolire sempre di più, come un ragno impaurito prima che il fuoco lo faccia diventare cenere. Non sentire più il corpo, neppure un piccolo suono. Niente. Così funziona la deprivazione sensoriale. Nessun tipo di rumore. L’abisso totale. Resta solo il fluido sanguigno inondare i timpani, il cuore esplodere tra le pareti. Bastano quindici minuti per iniziare a sperimentare allucinazioni, attacchi di panico, paranoia. Tentare il suicidio. Ma con cosa? Con quale armi? Fracassare la testa contro le pareti? Autosoffocamento? Non si è mai pronti a tutto questo. Al dolore. Siamo tutti uguali. Tutti con le medesime gradazioni e percezioni. Non esistono supereroi. La sofferenza ha soglie di sopportazione brevi. Staccare le unghie delle mani, bruciare i testicoli con un ferro rovente, ferire determinate parti del colpo con un coltello ben affilato; mozzare qualche dito, le orecchie; spezzare qualche ossa – le clavicole, i polsi, le caviglie. O più semplicemente: frustare la schiena, prendere a pugni e schiaffi il volto, sputarci sopra, sentire il pianto fanciullesco, non provare neppure resistenza perché, lo sai, lo sanno tutti, questo è solo l’inizio, la scusa per non fermarsi più, andare troppo oltre, sentire sotto i piedi le costole scrocchiare, il sangue fuoriuscire dalla bocca e dal naso. Finire in cella e, di nuovo, cominciare: isolamento, ext. ext.

SECONDO CAPITOLO.
<<Uno pensa alla libertà, qualsiasi tipo di libertà, cioè il tentativo di liberarsi da un oppressore, come un’ideologia generale invece di vederla come un concetto universale, un valore imprescindibile dell’uomo. Forse non avrebbero dovuto inventare la parola utopia.>>
<<Ma non sta nell’utopia il senso delle cose?>>
<<Cosa intendi?>>
<<L’utopia è la trasfigurazione dei sogni che abbiamo. Non avendo una fattezza reale, i sogni, per diventare un qualcosa di tangibile, necessitano di uno spostamento che si pone dall’irrazionale al materiale. Qui sopraggiunge l’utopia: il processo primordiale, ciò che non c’è ma che al contempo si può immaginare e in qualche modo realizzare.>>
<<Tu credi che quello che stiamo cercando di realizzare sia una cosa fattibile?>>
<<Dipende dal nostro amore per ciò che siamo.>>
<<Io ho fiducia verso questi uomini che non hanno più speranze.>>
<<La speranza, forse, ormai, è un utopia.>>
<<Non lo so. Io cerco di costruire un percorso dove ci sia sempre un modo per raggiungere ad un’alternativa. Io questo sistema dispotico, non lo posso sopportare.>>
<<Certe parole è meglio non dirle. Ci stanno ascoltando.>>
<<Dici che si offendono se bevo un altro sorso di birra e sparo un rutto in diretta?>>
<< Secondo me ti arresterebbero per “atto denigratorio contro lo Stato”.>>
<<Sai, non posso credere che le cose siano andate a finire così. Le dinastie crollavano, ogni cosa sembrava evolvere verso un giorno nuovo; bene comune contro la cronicizzazione del potere statale e le sue discendenze. Raccontavo quant’ero felice di trovarmi qui. Anche se le cose erano tornate buie e ossessive. Ormai molte porte erano aperte e tanta gente si affacciava, anche se non si poteva, per vedere come andavano le cose. Ora non so più cosa credere. Vorrei svegliarmi e dare calci a tutti i culi piegati che girano per la città spaventata e falsa.>>
<<Noi non siamo di qui. Per noi è semplice trarre conclusioni.>>
<<Sono tutti falsi, forse? Sono tutti pupazzi del sistema? Leccano i piedi dei potenti sventolando al cielo le bandiere della pace? C’è sempre qualcuno che guarderà negl’occhi il male e lo sfiderà. A che serve, allora, avere un cuore che desidera e cerca e soffrire e gioire e ancora star male e trovare un altro po’ di affetto, la carezza di una sorella, l’abbraccio di un padre, le mani alzate nel segno di resa o di giubilo… Sono stanco.>>
<<Sei stanco.>>
<<Mi stanno cercando.>>
<<Ti stanno cercando.>>
<<Rivedrò mai più la mia famiglia?>>
<<Dipende dalle risposte.>>
<<Ma io non sono nessuno.>>
<<Tu  sei qualcuno. Basta confessarlo.>>
<<Io sto solo cercando di aiutare.>>
<<Nessuno aiuta senza un secondo fine.>>
<<La felicità.>>
<<E poi?>>
<<Il lavoro.>>
<<E poi?>>
<<La libertà di vivere.>>
<<Cosa ti fa credere che la gente non sia libera di vivere?>>
<<La mia morte.>>
<<E tu chi sei?>>
<<La mia morte.>>

TERZO CAPITOLO.
Psicostasia. La pesatura del cuore. Anubi tiene la bilancia, Toth, il cancelliere, registra il risultato. Siamo nella stanza di Osiride, qui si svolge la giustizia finale. Quante colpe può avere un uomo depositate sul cuore? La bilancia scende giù, si spezza, non regge il peso. Cosa resta dell’anima del cuore? La stanza avrà sempre un corpo da neutralizzare. Chi porta dolore può avere una colpa? Quanto pesa il dolore? Scambieranno anche quello per odio? Come spiegargli che è un qualcosa di ingestibile, di vendetta, di orgoglio maciullato? Devo vestirmi bene. Nascondere le cicatrici. Mia madre deve vedermi sorridente come il bimbo che sono sempre stato. Mi devo difendere da solo. Devo andare dritto contro le pareti e spiccare il volo, oltrepassare le barriere e tornare a casa; piccolo uccello inconfondibile. Chi mi riconoscerà? Non sono uccello, mento: sono un pezzo di carta sulla strada. Arricciato dal vento e dal silenzio celeste. Mi perdonerete se non ci sono più? Ci sarà ancora la mia voce al crepuscolo?

Forse non ci sarà mai un uragano. Nessuno può essere perseguitato se è il vuoto a governare le ipotesi e la realtà. Bisogna far un buon lavoro scenico: tante maschere su tante persone: chi è che parla? Dove si nasconde l’autenticità di ciò che è stato? Ciò che è stato lo siamo sempre stati. La grandezza dei nostri antenati, i nostri volti rigidi, tesi, mascella potente come una statua di cemento armato. Le nostre pance piene di suppliche e reverenze. Il nostro petrolio. La nostra amicizia. Il nostro poter far tutto il possibile e le minacce. Il sentire offeso il nostro onore, la parola data. Perché non credere alle mistificazioni che proponiamo? A che servono altre possibilità? È stato un errore, abbiamo un po’ troppo forzato la mano? Ma non sono stati quei quattro ladruncoli del cazzo? Certo, sono stati loro. Loro odiano chi fa cose per gli altri. Loro sono ovunque. Per questo creiamo gabbie. Siamo in pericolo. In costante pericolo. Le spie ci osservano. Il nostro compito è schiacciarle. Non siamo deboli. Noi sterilizziamo ogni tipo di dissenso negativo. Salvaguardiamo anche voi da dal marciume che vuole sovvertire, inoculando un panico generale troppo vicino al vero; il vero che non si può più realizzare. Ora bisogna solo lasciare ancora un po’ di fune così da stemperare la tensione. Chi si ricorderà qualcosa?

(Giulio Regeni è morto per un incidente stradale. Giulio Regeni è stato ucciso dopo un litigio riguardo una relazione amorosa. Giulio Regeni è stato ucciso da una banda di ladri che gli ha derubato borsa con portafogli e documenti. Giulio Regeni è stato ucciso dai Fratelli Musulmani che avrebbero effettuato il crimine al fine di mettere in imbarazzo il governo egiziano e destabilizzare i rapporti tra Italia ed Egitto. Giulio Regeni è stato torturato, ucciso e poi gettato in mezzo ad una strada.)

<<Chi si ricorderà qualcosa? C’è un’ampia scelta di risposte come c’è una deliberata voglia di dimenticare, cose superabili e incontrollate e gli affari vanno oltre le rappresaglie e le ritorsioni.>>
<<Tu pensi che diventerai qualcosa d’importante per qualcuno?>>
<<Forse lo sono già stato.>>
<<E lui chi è?>>
<<Lui è il torturatore. Lui è l’immunità, il re che siede sul trono e invoca la sua giustizia. Non può tornare indietro perché lui è già il passato che torna. Ha vinto col sangue e la gente lo applaude. Anche per lui ci sarà un sarcofago e l’eternità, un giorno.>>
<<E io chi sono?>>
<<Tu sei il torturatore. Sei l’immunità, il re che siede sul trono e invoca la propria giustizia. Non puoi tornare indietro perché tu sei già il passato che torna. Hai vinto col sangue e la gente ti applaude. Anche per te ci sarà un sarcofago e l’eternità, un giorno.>>
<<E loro chi sono?>>
<<Loro sono i torturatori. Loro sono l’immunità, i sovrani che siedono sul trono e invocano la propria giustizia. Non possono tornare indietro perché sono già il passato che torna. Hanno vinto col sangue e la gente li applaude. Anche per loro ci sarà un sarcofago e l’eternità, un giorno.>>
<<Abbiamo tutti lo stesso volto?>>
<<Avete tutti lo stesso volto.>>
<<E il popolo?>>
<<Il popolo è torturato e non sa più distinguere i tratti facciali degl’aguzzini. C’è un solo sistema, una sola storia e un solo volto da seguire per scacciare i demoni.>>
<<Non sarebbe dovuta andare così.>>
<<Hanno avuto timore di sbagliare ancora.>>
<<E hanno sbagliato.>>
<<Hanno sbagliato ancora.>>

(SEONDO INTERMEZZO)
Isolamento. Sentirsi privo di un pensiero umano e, quindi, non condivisibile, perché il corpo c’è, lo senti ancora. Le bruciature si vedono. Le cicatrici e i lividi si nutrono della pelle. Li senti masticare. Ma la parola, la parola è un confine che non trova argine: si scioglie nel cervello prigione e si confonde nel mare grigio e vincono i pescatori: le loro reti pigliano tutto a vanvera e non c’è perdono: è solo morte che avanza, silenzi che non esplodono. Essere muti. Non ci sono reazioni che non si possono controllare. Anticipare ogni mossa. Stabilire i livelli d’attenzione e sicurezza. Rendere necessaria la giustizia. Invocare nuovi demoni da processare e combattere. Mettere sullo stesso piano il bene e il male. Vederli aggrovigliarsi come serpi in amore. E così: giustificare il possesso e il panico per il bene; le guerre e l’egemonia per il bene; i divieti e i controlli per il bene; le torture e i richiami per il bene; i muri e il filo spinato per il bene. Non esiste più il male perché tutto è fatto in fin di bene. Come il male.

CAPITOLO FINALE.
Seth. Rossi i capelli, rosso il sangue che scorre. Ci fu un tempo che la magia salvava la terra dalla malvagità degli Dei. Bastavano formule e amuleti. Forse erano tempi intelligenti.

<<Cos’è per te tutto questo?>>
<<La tua testimonianza, la dimostrazione che puoi fare ciò che vuoi davanti al mondo.>>
<<Non pensi di esagerare? Chi ti credi di essere?>>
<<La mia morte.>>
<<Tu non sei nessuno.>>
<<Io sono stato una stanza.>>
<<La stanza non esiste. Neppure un granello di polvere.>>
<<Una sola porta d’entrata.>>
<<E una sola porta d’uscita.>>
<<La mia morte.>>
<<Sei ripetitivo.>>
<<Qui la ripetitività ha la struttura di una stanza che puzza di morte.>>
<<Stai zitto! Chi ti credi di essere? Un bimbo che sorride e vuole spiccare il volo verso la sua famiglia?>>
<<Sono morto. Ora sono solo un’infiammazione sul lato sinistro del petto.>>
<<Vuoi dire che la tua morte ha ucciso pure loro?>>
<<Voglio dire che qualcosa ho acceso e per qualcuno sarà una fiamma eterna.>>
<<Ti hanno già messo da parte.>>
<<Ci sono troppi morti. Non so più distinguermi. Nella stanza le vittime prendono posto ordinatamente.>>
<<Le regole devono essere eseguite con rigore e costanza.>>
<<Le regole di cui parli sono solo puri attentati di vanità.>>
<<Noi non siamo il male.>>
<<Voi siete l’orrore che sovrasta l’inverno e genera tenebre. Siete i torturatori, l’immunità, i sovrani che siedono sul trono e invocano la sua giustizia. Non potete tornare indietro perché voi siete già il passato che torna. Avete vinto col sangue e la gente vi applaude. Anche per voi ci sarà un sarcofago e l’eternità, un giorno.>>
<<Sei morto.>>
<<La mia morte.>>

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