EFFETTIVAMENTE NON DA MOLTO VIVO SU QUESTA TERRA (o riflessione sulla Shoah)

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EFFETTIVAMENTE NON DA MOLTO VIVO SU QUESTA TERRA (o riflessione sulla Shoah)

Effettivamente non da molto sono vivo su questa terra, eppure, in questa breve esistenza, ho potuto assistere a vari scenari di guerra e dolore. Quando andavo alle elementari, non ricordo più l’età e l’anno scolastico, avvenne l’iniziazione: il primo film sulla Shoah. Da poco avevano costruito una nuova sezione edilizia, là, dopo il cortile, a destra del cancello d’entrata. Si girava dietro la struttura e si salivano delle scalinate in ferro battuto. Era stata creata una stanza informatica, con computer preistorici e un televisore a tubo catodico. Venimmo condotti lì e ci dissero qualcosa riguardo lo sterminio, degl’uomini cattivi che in passato avevo compiuto uno dei più grandi omicidi di massa, spiegandoci cosa fosse l’Olocausto, chi fossero i nemici e le vittime, quanto tempo durò tutto e che da quel momento in poi le cose erano cambiate; ma non ci dissero se in bene o in peggio. Un’altra cosa a cui non asserirono fu il fatto che gli omicidi di massa non si fermarono quel giorno; che negl’anni vennero perpetrati diversi olocausti e che, tutt’ora, ieri-oggi-domani, vengono generati e impunemente lasciati andare, compiendosi nell’indifferenza globalizzata. Non ci dissero neppure che da quel momento in poi era nata una vendetta intrinseca nel popolo eletto e vittima del secondo genocidio (il primo fu quello armeno). Certo, ci parlarono di resistenza, di partigiani e martiri nostrani (l’unica cosa che ci lega a quell’orrenda storia, il passato che rivive nei loro racconti e insegna). Forse siamo stati l’ultima generazione a conoscerli, commemorarli, comprendendo ciò che è stato e stando in casa, andando per via, / coricandovi, alzandovi. / Ripetetele ai vostri figli1. Comunque eravamo bambini e ben poco c’interessava la storia. C’era la solita partita di calcio tra le due classi nell’intervallo. Quella, sì, che era una guerra da combattere quotidianamente. Guardammo il film e, forse, qualcosa restò immobile nel cervello. I corpi nudi, la fame, le urla, quei maledetti treni nella neve, le docce, la quasi assenza di lacrime. Sì, quelle sono cose che restano fissate nella mente. Quando guardiamo immagini oscene o di dolore o quando vediamo passare un treno, magari in un paesaggio idilliaco dove gli alberi e le casette sono stracolme di candida neve, bene: un brivido può percorrerci la schiena e proiettarci in quei luoghi – a due passi da casa – dove avvenne l’apocalisse e l’infamia. Quelle immagini ci hanno segnato, ed è anche giusto così. Conoscere è l’unico metodo che abbiamo per capire e non ricadere. Certo, quel bombardamento adolescenziale, quelle tristi gite ad Auschwitz, possono divenire atti ripetitivi, discordanti e noiosi (nel senso di azioni che comportano una routine narcotizzante e l’apatia dei sentimenti). In un contesto storico molto frastagliato e precario – il ritorno di una destra estremista e fascista, il disprezzo parossistico del diverso, il nazionalismo più becero e populista – c’è da chiedersi dove vogliamo arrivare, fino a che punto possiamo accettare (se esiste un punto d’accettazione essendo tutti sangue dello stesso sangue) che alcuni meccanismi del passato ritornino a tormentarci. Non credo che ci siamo dimenticati la guerra che ha sconvolto l’intero mondo, penso semplicemente che in giro c’è una gran massa di gente a cui importa poco di combattimenti lontani, nell’ignoranza dell’uomo accelerato2, o di una roba avvenuta più di settanta anni fa, revisionisti compresi. Non penso a un ritorno di un nazismo con baffetti e brillantina nei capelli: il sentimento che leggo è un odio generale, molto meno tangibile per la sua fluidità, ma pronto al delitto perfetto (sia in termini biologici, che in quelli internauti). La cosa più profana è l’indifferenza che ci avvolge e ci isola. Mi pongo delle domande: una famiglia, oggi, in caso di guerra, nasconderebbe un’altra famiglia perseguitata per salvarle la vita? Saremmo disposti a metterci in difficoltà e in pericolo per salvare la vita di un’altra persona con caratteristiche culturali diverse dalla nostra? Cosa ha spinto quelle persone a lasciar morire quel ragazzo di colore, a Venezia, che si era lanciato in acqua forse per suicidarsi? Perché nessuno si è lanciato in mare a salvarlo? E se fosse stato tuo figlio e tu non sapessi nuotare, cosa ti aspetteresti dal tuo vicino, dal popolo, dal mondo? Quel giorno dell’iniziazione ci venne spiegata una cosa importante: che siamo tutti uguali, non solamente come persone, ma come esseri viventi, attori di un ecosistema che solo noi possiamo modificare. Intrinsecamente c’era stata data una missione: cambiare il mondo non ripetendo gli stessi errori fatti dai nostri padri. Non era cosa semplice per un bambino delle elementari. Tutte queste nozioni, però, mimetizzavano parole e principi come: ogni bambino porta in sé i peccati del padre o che quod tibi fieri non vis, alteri ne feceris (non fare agli altri, ciò che non vuoi sia fatto a te) fosse solo un valore morale senza una reale possibilità legale in caso di violazione. Ciò che avvenne in quei maledetti campi di sterminio fu compiuto a sangue freddo, da uomini e donne cariche di un qualcosa di inspiegabile – perché è ancora inspiegabile l’accettazione della violenza e il silenzio verso suddetta violenza da parte di milioni e milioni di civili, più numerosi e potenti di un esercito di ogni nazione. Quest’ultimo pensiero lo apprendi da adulto: da piccolo ogni persona con una divisa (batman, superman, un poliziotto o un militare) ti sembra un robot imbattibile, da emulare e sostenere. Quando cresci, invece, e vedi le armi spazzare via popoli e terre indifese, qualcosa in te scatta, ti domandi: perché quegl’uomini in divisa uccidono seguendo ordini stupidi di capi e potenti intenti solo alla moneta che il luogo può offrire? Perché non leggono poesie alla gente? Sono domande banali, ma che comunque non riescono a dare una risposta precisa. E più il tempo passa, più la questione si fa difficile, intricata, mentre il passato torna in costumi diversi, ma ritorna e non ha eredi pronti a combatterli. Siamo troppo isolati nella nostra comodità/sedentarietà. I morti non sono utili a nessuno. Ed è inutile ricordare quando la si risolve in qualche film, una bandiera a mezz’asta, il minuto di silenzio e lo spettacolo teatrale dopo l’apericena. Il passato è utile solo se confrontato col presente, utile al passaggio successivo: non ripetere il dramma, non creandone uno nuovo. I ragazzi, oggi, oltre la Shoah, devono comprendere la transumanza umana che annega nel Mediterraneo o che congela sotto i muri ungheresi e polacchi. I ragazzi, oggi, devono conoscere lo sterminio graduale compiuto in Palestina da parte degli Ebrei – o quello in Sudan, in Nigeria, in Mali, in Siria, nel Kashmir e in altri svariati paesi. Comprendere queste guerre, spiegherà ai ragazzi di oggi le dinamiche che hanno fatto e hanno portato alla situazione attuale nel loro paese, nell’Europa intera. E capendo ciò, potranno conservarlo in sé per un futuro senza confini etnici e xenofobi. Lo insegneranno al padre (quel padre disperso chissà dove) così da cancellare il tratto ereditario (il peccato) e far sì che si attui il famoso quod tibi fieri non vis, alteri ne feceris (non fare agli altri, ciò che non vuoi sia fatto a te) con valore morale e legale – leggi che lo attuano e che puniscano, in caso di trasgressione, il “traditore”. So che non è cosa facile né sentirsi utili in un mondo così competitivo e scorrevole, né professare la resistenza a vita. Io sono cresciuto con la guerra del Golfo e, oggi, mi ritrovo in un contesto che arrivava dalla prima crisi dell’OPEC, dell’ascesa degli ayatollah in Iran e dell’incursione russa e americana in Medio Oriente (la crisi in Palestina era sempre presente con le varie Intifade). Oggi, come ieri, sono gli stessi contesti tribali e politici. Oggi, come ieri, provo a capirci e a dire qualcosa, però mi rendo conto di essere sempre un bambino dell’elementari che sta guardando quelle scene provando paura, una paura che non mi tocca, ma che si proietta nel futuro, e che appartiene a tutti e dove non è sufficiente un solo supereroe a sconfiggerla, ma l’intera umanità. Un po’ come succede nel manga di Dragon Ball: Goku sconfigge il nemico solo dopo aver ricevuto forza dalle mani alzate di ogni persona su questa terra. In poche parole: noi tutti possiamo esser Goku. Va così.

1 Dalla poesia “Se questo è un uomo” di Primo Levi

2 Tema già esposto nell’articolo L’UOMO ACCELLERATO (http://www.bennynonasky.it/luomo-accelerato/)

[dipinto: CHAGALL, “Il cantico dei cantici” – dettaglio]

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