.COORDINATE DEL DISORDINE.

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.COORDINATE DEL DISORDINE.

<<Il vissuto spesso non può essere
scritto. La letteratura è il senno
del dopo; uno sguardo esterno.
Abbiamo parlato di Celan, lui ha
creato immagini dove certe parole,
inedite fino ad allora, s’incontrarono
come per miracolo. Questo significa
che solo i limiti della lingua rendono
possibile la poesia. I limiti
della lingua sono la cosa migliore
che la letteratura può offrire.>>
(Herta Muller)
 

Ho abbracciato l’abbandono per senso pratico
delle cose: un calzino spaiato,
il kamasutra del linguaggio,
monetine di Maloox per consolazione.
Un’eternità pratico di mille piccole cose.

Ma ogni qualche tempo l’orologio
funge da metronomo e devo ricollocare
tutto nel suo ordine preciso –
io non ho mai tempo da perdere:
devo leggere, respirare, respirare,
sistemare degnamente i morti nel cervello;
cronologicamente se è possibile.
É la lumaca che cavalco mentre
scontra l’imperscrutabile caos che galoppa
e devo esser pronto;
decibel di felicità per la carestia.

E non faccio scommesse con promesse
e rivolte, è luglio: sono come polline che
può sbocciare ovunque. Oppure no.
Dipende dal tasso d’inquinamento moderno.
Avaria del sistema nervoso. May day.
E un carro attrezzi
e ci sarà sempre un meccanico pronto
a sistemare le mie rotelle –
un morto ogni due ore nel Mediterraneo:
a Berlino tutto ok?

Poi ci sei tu e non ci entra più niente.
La casa è piccola. Il quartiere brulica
di cani pietosi. Stritola la città.
Acquistiamo l’universo.
Generiamo un nostro giardino.
Giochiamo a tennis con le stelle cadenti.
Colonizziamo con i nostri batteri.
Siamo già alieni. Questa è solo una scusa.
(Ora sarà più semplice scavalcare la carne
che mi risucchia nelle viscere.
Il mostro è tra noi. Guardati le mani:
noterai i circuiti della tua vita
allungarsi dove non ci sono più prese,
dove si smonta il mare. E la lucertola
canta l’elogio dei sindacalisti e le
formiche mi offrono una spiegazione del
mondo. Ma io sono assorbito dalle cose
che fai e supplico la ragione per
tenermi sveglio.
Mai perdere un gesto di te.
Mai perdere un gesto tuo.
Giuro che ci provo. Poi decollo verso
semi di terracotta. Nel grande lago mi
demineralizzo. Sono io il mostro. Tra noi.)

Mi domando adesso quante volte è
cambiata la mia scrittura e quante
volte dovrò inscenare successi e
suonare citofoni e percorrere
itinerari consigliati.

Ci sarebbero nozioni di materia ferrea –
la voce dirompente di Federico,
le carceri, la tortura dei self,
il genocidio degli Armeni, la
cipolla di Tropea, mi madre, mio
padre, lo 0,01 alla cultura –
ci sarebbero nozioni di materia ferrea,
ma come fare quando il cuore implode,
quanto sant’Ilarione diventa imprenditore
e piango perché Palmira piange e
i bambini non sono più bambini e
bombe e sirfidi e troppe mille piccole cose
e tu sei io e sei tu e io un cavernicolo
e tu sei qualcosa, quando il cuore implode;
a cosa serve il mio descrivere,
il canto; quante volte dovrò ripetermelo,
quanto?

Vivere nel presente, spietata, tu ridi.
Smaltire i rifiuti negli appositi cassonetti,
dipingere lo steccato, guardarmi intorno
senza capire i contorni. Urinare e trovare
il giusto sollievo.

Dettagli.
Come non comprendere più nessuna poesia,
nell’infinita beffa dei padri,
falciare l’erba e
catturare gioie.
Saperle catalogare,
chiudere il cassetto e aprire un museo
per renderle accessibili a tutti.
Non per fobia d’esser dimenticati:
la deriva costante, infinita, boom:
malinconica resistenza.

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