.CI SONO BESTIE AL CONFINE.

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.CI SONO BESTIE AL CONFINE.

1.
Ci sono delle bestie al confine. Il cielo è nero e ci spiega che la morte è un sintomo dell’arbitrarietà dell’uomo; le sue azioni bastarde, le carceri dell’aria, l’irrilevanza e lo stoicismo balsamico. Ci sono bestie al confine sotto la neve e il gelo dell’inverno costante e privo d’emozioni. Se qualcuno si chiedesse se il presente è una misurazione del passato: questo è il presente e il passato è un’orgia del presente fluido, maleducato, folle. Troppi aggettivi. Più inutili che interessanti. Come le domande intelligenti sullo stato attuale, le dinamiche, il declassamento del lavoro, il terrore, i continui trattati e minacce e storie strappalacrime. Non funziona più nulla. La fabbrica del cuore si è fermata. Hanno smantellato ogni singolo organo utile alla lavorazione. È come si ci fosse stata un’esplosione immane dentro a quel giorno. Troppi sentimenti in un solo istante. Un crollo dietro l’altro. L’idea di unificazione e perdono. Avere una madre unica, vedova e spenta in un’eredità vile, sporca, annacquata. Eppure ancora c’era gente che doveva nascere (deve sempre nascere altra gente). Qualcuno lo dice: <<I bambini, una volta nati, sono già abbastanza vecchi per poter morire.>> Come non dare attenzione alle paure del vento; come non generalizzare la morale delle mense dei poveri; come non chiedere altri cinque minuti alla sveglia, così, fino a dimenticarsi del mondo, del domani, delle vacche da portare al pascolo, del maiale da ingrossare per la pattumiera dell’umido? La polvere oltrepassa le cose. Avanza in noi un processo meccanico di arrotondamento: bisogna avere sempre un ritorno: bisogna avere un valore economico: il mare è per le crociere: i recinti tengono buone le bestie. Esiste ancora un destino comune? Siamo figli senza sensi di colpa?

Tu non hai sentito la spada che ti ha trafitto. Hai odorato il sangue colante e hai percepito il vomito e il rancore. Tu non sai cosa vuol dire amare la nostalgia e la ricerca di una casa. Può essere la tua salvezza. L’analfabetismo storico accompagna la tua gradevole quotidianità. Le tue origini sono utili per le cresime. Tu generalizzi la struttura politica dei porti. I doganieri ti annoiano. Sei la parte latente della certezza. Ti ancori alle paure delle iene. Ridi con loro. Azzanni la preda già stroncata dall’orrore natìo. Hai accarezzato la vertigine dell’onnipotenza territoriale. Anche se le tue origini dipendono dai piedi logori e scheggiati da una terra cruda e secca. Le mosche hanno seguito il tuo percorso d’espansione. Hai mutato i tuoi lineamenti per la sopravvivenza del figlio. Eri un bastone, poi una pietra, poi un fuoco, un ferro, una lama, un proiettile e plutonio. Hai sviluppato un cervello utile alla macchina e all’omicidio. Hai osservato i treni passare; hai ascoltato le grida sulle navi e nei campi innevati. Non hai appreso un cazzo: sei andato oltre le nuvole e hai stuprato la luna fino a mutare la geometria del cielo. Hai seminato tubi di scarico tra gli uccelli. Hai costruito rovine e non c’è più un flipper disponibile col quale alleviare la tensione dei perdenti. Hai perso il divertimento dello stare insieme, la vecchiaia, il metabolismo corretto. Hai lasciato le frontiere ai manganelli e al filo spinato. Tu hai percepito il vuoto e l’hai condiviso con l’albero e Dio. Ora osservi con pietà il tuo corpo in balìa del tempo che scivola lentamente, in canoa, sul tuo sangue. Il tuo sangue adesso ti parla della crudeltà del gesto di diniego, della bomba sganciata, della famiglia in fuga, del timbro non emesso, del centro d’identificazione e detenzione, del perché è utile lo zen e il condividere la meraviglia di un’Epipogium aphyllum da poco sbocciata o la neve su San Pietroburgo o i mandorli in procinto di eiaculazione. Non manca molto al funerale. Hai odorato il sangue e hai riconosciuto l’eredità che hai portato.

"Soldatino di piombo" di Simona Fedele

“Soldatino di piombo” di Simona Fedele

Dovevamo arrivare in un punto preciso, lì la guida ci avrebbe spiegato come arrivare al muro. Ci guardavamo senza dire una parola. Il conforto non stava riposto nel nostro cuore malato. Eravamo su d’un palcoscenico senza conoscere il copione. E la gente cominciava a divertirsi. Noi, i protagonisti. Il silenzio: l’unica possibilità. Si percepivano i passi pesanti, il fiato balbuziente e asmatico. Procedevamo in fila, a ridosso della ferrovia. Ogni tanto si sentiva abbaiare un cane e delle voci in una lingua sconosciuta, ma che ormai faceva parte del nostro mondo quotidiano. Era l’unica certezza dell’esser lì, da qualche parte. <<Dobbiamo andare oltre quei binari. Da lì in poi è tutta una scommessa. C’è una strada sterrata che fiancheggia dei prefabbricati in disuso. Lì siamo allo scoperto. Fiancheggeremo le pareti cercando di tenerci all’oscuro anche se quella maledetta luna sembra prenderci per il culo stasera. Guardate quant’è grossa, la maledetta.>> Era incredibilmente sensuale e mastodontica. Avrei voluta baciarla. Abbracciare la sua crosta livida e porosa. E poi l’avrei presa a morsi perché era un formaggio, uno di quelli coi buchi. Tra il duro e il morbido. Saporito al punto giusto. Avevo fame. Troppa fame. <<Va bene. Fiancheggiamo i prefabbricati e poi da lì quanto manca alla recinzione?>>, disse un tizio con la barba ben curata e un volto abbastanza magro e serio. La guida non lo guardò, aveva ancora gli occhi fissi sulla luna. Forse anche lui pensava al formaggio. Gli rispose con calma: <<Dopo averli superati c’è un tratto di bosco molto fitto. Lì siamo al sicuro. Ho avuto notizie certe che nel bosco non ci sono guardie né cani. Il problema viene dopo. Il muro di filo spinato è a ridosso di un fiumiciattolo. C’è poca acqua, sicuramente gelata, ma rallenterà la vostra corsa. Ci saranno guardie armate, molte guardie armate pronte a frenare la vostra fuga. Forse qualcuno di voi non ce la farà. Fatti vostri. Il mio compito è quello di portarvi fino al bosco. I soldi valgono tanto. Tu hai portato le tenaglie e le torce?>> Mi voltai e feci sì con la testa. Avevo tutto nello zaino. Pure un coltello lungo diversi centimetri. Ero pronto a tutto. Appena non sentimmo più rumori e non vedemmo più ombre, passammo la ferrovia e ci immergemmo tra i ruderi grigi dei prefabbricati. Non sentivo più le mani, anche se in braccio tenevo il bambino della signora che mi stava dietro. Non so se fosse vivo o morto. Non avevo tempo per accertarlo. Non si lamentava. Non emanava nuvole di vapore. Avevo tanto timore di essere la sua tomba e il suo ultimo ricordo. Pensai ai miei fratelli dispersi sotto le macerie e a mio padre sgozzato davanti a mia madre. Cominciai a piangere. A denti stretti. Bagnai il bambino, ma non si mosse. Senz’altro era morto. Improvvisamente sentimmo degli spari e delle urla. Non capivamo da dove arrivassero. Sembravano intorno a noi. Ma intorno a noi c’erano solo pareti e una strada vuota. Ci nascondemmo dentro una di quelle casupole di mattoni e lamiere. Diventammo delle statue. Dal lato destro della strada sbucarono almeno cento cavalieri, con corazza, scudo e lancia. Dalla parte sinistra, invece, vennero fuori degl’esseri immani, putridi, pieni di chiazze livide e purulente. Strisciavano i piedi e si dannavano. Grugnivano come porci destinati alla mattanza. Sembravano doloranti e feriti, ma impugnavano spade e fucili d’assalto con tono fermo e sicuro. Li dividevano pochi metri. I cavalieri abbassarono le lance, tenendole tese davanti a loro. Gli essere immani invece puntarono le loro armi e alzarono gli occhi al cielo perdendo l’iride chissà dove. Sembravano pronti allo scontro e sapevano già chi avrebbe avuto la testa rotolante dal patibolo. Ma non avvenne nulla. Restarono così per qualche minuto. Poi, dalla cavalleria, si fece avanti colui che teneva nelle mani un cuore crudo che ancora sembrava pulsare. Lo gettò ai piedi degli immani e disse: <<La condizione umana è simile a quella di uomini incatenati in un sotterraneo, la cui porta non si apre e non fa passare luce se non quando il carnefice viene a prendere colui che sarà messo a morte1.>> Dopo aver detto questo, l’uomo scese da cavallo e calpestò il cuore che ancora sembrava pulsare. Gli uomini immani abbassarono le armi e cominciarono ad ululare come demoni imbestialiti. Chiusero gli occhi e presero a correre in direzioni sparse, senza logica. I cavalieri li lasciarono andare. Non si mossero fino a quando l’ultimo essere non fu più visibile alla vista. Poi si girarono in modo sincronizzato verso il nostro nascondiglio e alzarono le lance al cielo. Erano bellissimi e le loro corazze brillavano sotto il bagliore potente della luna. Noi restammo senza fiato. Avevamo paura. Cercai la guida con gli occhi, ma non la vidi. Non la vidi mai più. <<Bastardo>>, dissi a bassa voce. L’uomo che era sceso da cavallo e che aveva calpestato il cuore prese a muoversi verso di noi. <<Uscite>>, disse. <<Ora non siete più in pericolo.>> Effettivamente non provavamo alcun timore. La sua voce sontuosa e calda ci offriva sicurezza – e noi necessitavamo di tale sentimento. Uscimmo allo scoperto. Io mi trovai davanti a tutti. Il cavaliere mi venne incontro e mi tese le mani. Io gli diedi il bambino. Lui lo prese con sé e andò verso la madre. <<Madre, lui adesso è nelle mani del mondo. Respira con gli oceani e le montagne. Adesso fa parte di noi. Le prometto che diventerà un uomo valoroso e che manterrà il suo volto, il volto della donna che lo ha amato, per il resto dell’eternità. La difenderà fino al suo ritorno. Lì vi abbraccerete di nuovo e sarete di nuovo famiglia. Non lo dimenticare madre: lui è tuo come la fonte per un ruscello.>> La donna cadde in ginocchio e baciò la terra. Le lacrime le scorrevano sul volto e non avevano suono. Il cavaliere tornò al suo cavallo. Diede il bimbo ad un altro soldato e, spronando il cavallo, si diresse verso il bosco che ci attendeva prima della recinzione. Dopo che vi fu scomparso dentro, anche gl’altri cavalieri partirono al suo seguito.

"Europa dopo la pioggia" di Max Ernst

“Europa dopo la pioggia” di Max Ernst

Questo mare fu il primo mare, il primo sale, il primo viaggio, il primo sguardo alle stelle. Oltre di lui, il vuoto e la caduta infinita. Dentro di lui, il vuoto e la caduta infinita. Ora non ci interessano i secoli nei secoli: ora siamo addormentati su di un letto di cadaveri che non abbiamo voluto, votandoci al respingimento coatto della disperazione. L’arancione riflette il bagliore del sole e sono cieco dinnanzi alla morte imminente. Quante storie d’orrore potremmo scrivere su noi stessi.

Gianluigi Colin, La zattera della Medusa (1819) – I profughi di Lampedusa (2011)

Gianluigi Colin, La zattera della Medusa (1819) – I profughi di Lampedusa (2011)

<<Possiamo andare?>> I ragazzi della ronda erano pronti ad uscire dalla caserma per iniziare il turno. Come ogni notte, si armavano di pistole elettriche, abiti mimetici, torce e lucidi manganelli tra le mani. Ogni notte, ispezionavano il porto di Caulonia, dalla parte ovest dove si trovava il grande centro della marina militare, fino alla punta opposta dove troneggiava il grande faro rimesso in funzione per rintracciare le imbarcazioni dei disperati in arrivo. Le ronde si trovavano in tutte le zone costiere e, tutte le ronde, erano composte da letterati ed artisti; coloro che avevano istituito tali meccanismi di difesa in regime spontaneo e sotto la supervisione della Marina. Queste ronde erano utili per la difesa della Nazione, per lo stipendio e la scrittura – perché la gente voleva leggere quello e quello le si dava. Come ogni notte, i ragazzi della ronda di Caulonia, percorrevano quella decina di chilometri recintati da un muro alto una ventina di metri, con torrette d’appostamento e filo spinato elettrico. L’esercito aveva costruito in fretta e furia quella protezione obbrobriosa su tutto il territorio dopo l’ultimo grande sbarco sulla costa meridionale, che aveva portato ad un duro scontro tra la cittadinanza e la disperazione causando diversi morti e danni ingenti alle abitazioni. Non si poteva più lasciar correre. Non si poteva più far nulla senza una decisione presa dall’alto. Non si poteva più difendere, ma solo attaccare. <<Ma questi sono i soliti discorsi politici. Il problema è il colore, il sudore e la lingua.>>, disse Antonio, grattandosi il naso col mignolo. <<E la religione?>>, gli ribatté Mauro. <<Dio ha già fatto il suo: ci ha divisi alla nascita. Ha già dato.>>, rispose Antonio in tono beffardo e guardando di sottecchi Lara che ascoltava silenziosa con la testa nascosta da un passamontagna spesso e ruvido. Effettivamente era una serata gelida. In quella zona erano anni che non pioveva né cadeva un fiocco di neve. Non si poteva più coltivare nulla. L’acqua era razionata e gli alimenti venivano consegnati, ogni mattina, in ogni casa ancora abitata. Ormai erano rimasti in pochi in quella landa desertica e gestita dai trafficanti di uomini e droga. I sette della ronda erano tutti del posto, obbligatoriamente del posto perché conoscevano ogni anfratto e costruzione. In caso di sbarco, dovevano bloccare ogni fuga prima che le guardie delle torrette sparassero colpi. Altrimenti, non sarebbe stato divertente. <<A che ora dovrebbe arrivare l’imbarcazione segnalataci dal centro di comando?>>, chiese Paolo. <<Intorno alle tre e quindici minuti e 21 secondi. Appena raggiungiamo il faro, controlliamo a che punto sono.>>, rispose Antonio. Il faro era su un promontorio a ridosso della spiaggia. Non ci si poteva entrare. Veniva gestito da un computer dentro una cabina a qualche metro di distanza dalla struttura. Al suo interno, oltre al faro, era stata installata una videocamera a luci infrarosse utile a carpire, già a una debita distanza, le navi in arrivo e comprendere il punto d’approdo. Arrivati, Antonio si mise a smanettare al computer e vide l’imbarcazione carica di disperati puntare alla costa. <<Eccoli lì! Sono un bel po’. Questa notte ce la spassiamo e mi sa che ce n’è pure per l’esercito e le loro banali pallottole. Anche per domani abbiamo qualcosa da scrivere.>> Gli uomini lasciarono la postazione e andarono verso il punto d’arrivo prestabilito dal computer. Antonio, Paolo, Lara, Mauro, Domenico, Luca e Sasà, si misero in formazione: una fila schierata, come muro di pelle in tuta mimetica, sulla spiaggia umida, davanti al mare. Alle tre e quindici minuti e ventuno secondi, la nave attraccò con un tonfo sordo sulla spiaggia. I disperati sapevano a cosa andavano incontro. Saltarono dalla prua e cominciarono a correre in ogni direzione. Ma la ronda era preparata. Dalla spiaggia si alzarono delle reti sostenute da braccia meccaniche piantate nel profondo della sabbia come la coda di un pavone. I disperati ci finirono dentro come pesci senza via di fuga. Partì il gioco. I letterati cominciarono a manganellare e picchiare tutti quegli animali che si dimenavano nella rete. Scariche elettriche venivano lanciate a quelli che correvano, mentre le mine sotterrate nella sabbia e i colpi di fucile automatico sparati dalle torrette facevano saltare in aria coloro che, in qualche modo, erano riusciti a superare la trappola della rete metallica. Il sangue macchiava le tute e le mani. Si sentivano urla e risate e la voce di Antonio che, come ogni notte, raccontava la sua storia: <<Ancora qui, nella notte scura delle belve e del desiderio. Ancora a qui a cercare la correttezza e la pulizia, perché ci guida la mano. Scriviamo quindi con la maiuscola Verità e Giustizia e con la minuscola menzogna e offesa2. Abbattiamo le diversità che non ci competono. Difendiamo questa terra che c’ha partoriti nel suo grembo crudele e magnifico. Battezziamo la nascita col sangue impuro. Che questa paura sia un peccato da purificare; che questa battaglia sia dimora di Dio e perdono del Padre. Andiamo incontro al nemico, carichi di dolore e vendetta. I mostri sono da calpestare per raccontarlo, prima di andare a letto, ai bambini. Non saremo mai pronti a lasciarci andare. Il nostro amore è il nostro amore. Noi siamo la falce che insegna al grano la musica della vita. Nessuno può uccidere i nostri sogni e la nostra sicurezza. Ecco l’assassino, arriva di nascosto, ruba il lavoro e la famiglia, mangia il cibo che trova per le strade, vive nell’ombra e sgozza sotto i ponti le nostre gole pronte a cantare. Da cosa nasce cosa. Il ministro ha assegnato il caso al poliziotto più competente. Lui ha catturato l’assassino e si prepara alla prossima battaglia. Eccolo sulla spiaggia. Sente il tonfo della nave colpire la sabbia. Saltano giù i disperati e cominciano a correre. Lui ha preparato tutto: fa azionare le braccia metalliche per le reti. I pesci sono in trappola. Afferra il suo arnese di tortura e prende a punire nel nome di sua madre violata da questi sporchi bastardi. Sì, perché lui predice il futuro: sa che un giorno accadrà. Quindi colpisce. I crani si frantumano con un colpo secco alla nuca. La colonna vertebrale si spezza premendo il ginocchio sulla schiena con tutto il peso del corpo. Track. Il sangue cola, imbratta le vesti e la notte. Tutto il mare è una ferita che fugge via. Fino all’ultimo. Fino a quando sua madre non lo ringrazia dal regno dei cieli. E può gridarlo. Dirlo al mondo, soddisfatto: “Ci possono essere momenti più belli, ma questo è il nostro!3”>>

Anselm Kiefer, Die deutsche Heilslinie

Anselm Kiefer, Die deutsche Heilslinie

Arrivammo al bosco e la luna di formaggio era ancora alta in cielo. Il bosco era un completo di ombre e scricchiolio di neve e giunture. Non sapevamo quanto tempo ci avremmo messo a raggiungere il fiumiciattolo e il muro divisorio. La guida non aveva specificato nulla, tranne dirci che non ci fossero pericoli al suo interno. <<Ci ha lasciati così, senza dire nulla. Che Dio perdoni la sua cattiveria>>, disse l’uomo anziano che tenevamo in mezzo per evitare che lo perdessimo o che si facesse male cadendo. <<È stato un figlio di puttana! Se fossimo ancora a casa, a un tizio del genere gli avrebbero spaccato la testa. Codardo. Vengono qui e si montano la testa! E la fratellanza? E Dio? E la misericordia? Figlio di una cagna.>>, disse innervosito il ragazzino dietro al vecchio. <<Basta, con queste parole. Sprechi solo fiato. E poi, quant’anni hai? Dieci? Undici? Dove le hai prese quelle parole? Ti senti meglio di lui a pronunciarle? Tieni il vecchio che sta per cadere! Quel tizio avrà quello che si merita. Dio è testimone e giudice. Che sia benedetto.>>. Dissi questo con stizza e paternalismo. Non che io fossi credente o altro, ma era l’unico modo per calmare quelle anime infreddolite, stanche e nervose. In fin dei conti, era l’unica cosa che non fuggiva dalle nostre menti indolenzite. Era sempre lì quando lo si cercava. O no? Quel Dio era l’unica soddisfazione che gli era stata permessa. Grazie a lui potevano parlare, avere un lavoro, delle medicine quando stavano male, dei sogni da raccontare. Era il biglietto da visita e l’identità. Altro non era consentito. Non più. Altro era morte. Per questo dovevo rassicurarli con Dio e la sua grandezza. Ma poi, quale grandezza? Eccoci qui, esiliati e derisi e offesi. Quale Dio vuole per la sua gente tale martirio e silenzio? Quale Dio mette nelle mani degl’uomini odio e rancore? Quale Dio desidera la morte del bambino, il divieto del bacio in pubblico, l’oscurità dei volti di una donna, costringendoci ad accompagnarle in giro anche quando non si ha voglia, a produrre armi e bombe, a difenderci dalle zanzare e i reumatismi? Con quale Dio hanno bombardato la mia casa, ucciso mio padre e il futuro di un intero popolo? Pensavo e mi domandavo le solite cose. Da quando ero partito, ero ossessionato dall’incomprensione generale e dall’esser giudicato per la mia religione e non per il mio stato di uomo in pericolo, costretto a fuggire per la violenza subìta. Ho visto bambini e donne e uomini annegare, venir picchiati e uccisi nelle carceri e nelle strade. Ho visto le macerie e la fine di una generazione. Siamo nulla. Non ho altri pensieri. Anche in quel momento e mi ritrovai solo. Me lo meritavo. I miei compagni di viaggio erano scomparsi. Solo io e il bosco. Avrei voluto gridare i loro nomi, ma i miei compagni non esistevano e correvo il rischio futile di esser udito anche dalle guardie di frontiera. Comincia a sentirmi soffocare. Tornai indietro. Scavai la neve che mi circondava le ginocchia. Perché tutto ciò? Per quello che ho detto al ragazzino? Per quello che ho pensato? Non sapevo più dove mi trovassi. Girovagavo a zig zag tra gli alberi. Sudavo e continuavo ad aver freddo. Inciampavo, cadevo e mi rialzato. Fino a quando non vidi un uomo venire correndo verso di me. Mi fermai. Si fermò. Annaspava. Come me stava sicuramente cercando una via di fuga da quel labirinto. Decisi di andargli incontro e così fece pure lui. A pochi metri di distanza mi fermai. Per quanto il tempo ne avesse rovinato l’aspetto: quell’uomo ero io. Lo guardai. Lui fece un ghigno. Scattammo insieme. Lo presi per il collo. Lui rideva e non faceva resistenza. Capì subito che era inutile: qualsiasi cosa fosse era già morta. Lo lasciai andare e mi allontanai deluso e sfinito. <<Dove vai, stupido? Non hai capito che è puro fallimento? Stai andando contro un finale già scritto e maturato da millenni di storia. Nessuno ti vuole. Nessuno ci vuole.  Non ti bastano le migliaia di vittime? Non ti bastano i muri e le guardie che chiedono i documenti e scelgono per te? Hanno scelto sempre per noi. E tu hai tradito la tua terra andandotene, dimenticandoti di tutti. Ti ricordi la via dove correvi per arrivare prima al venditore ambulante di pistacchi? Non esiste più. Anche quell’uomo, sgozzato come esempio, perché era solo un esempio, non un uomo timorato di Dio, ma un esempio tra gli esempi per apprendere il compito e la punizione. Te lo ricordi? Riuscirai a raccontare in giro i tuoi ricordi, la bellezza del luogo, la tua felice adolescenza? Pensi che questo ti farà avere un posto a tavola dopo il confine? Pensi che loro da te vogliano la felicità, il ricordo, la meraviglia dei minareti? Stupido, loro vogliono vederti piangere, soffrire per riempire il loro vuoto umano, politico, giornalistico. Loro hanno una carta sanitaria, noi siamo solo stranieri venuti da un mondo lontano, incomprensibile. Esattamente quel mondo che loro hanno plasmato e distrutto. Mi dispiace, amico, ma stai andando dalla parte sbagliata: la tua storia è dalla parte del male. Ti è andata così.>> Mi voltai lentamente. Non avevo afferrato tutto quello che aveva detto, mi interessava ben poco. Sapevo che era la parte riluttante di me. Io dovevo andare avanti. Diventare l’esempio buono perché c’era un uomo buono che lo stava aspettando, ovunque andasse. <<Ascolta, io sono quasi arrivato alla mia meta, che sia libertà o prigione ben poco mi preoccupa: ho visto la fine e non mi resta che portarla sulle spalle e nel cuore. Altro non mi duole. Io passerò quella fottuta barriera e ricomincerò. E se per caso mi bloccassero o mi pestassero o mi gridassero contro qualsiasi merda esistente: nulla, nient’altro sarebbe utile a sconfiggere la mia voglia di rinascita, vita e speranza. Il dolore che porto in me non ha cura, ma solo la voglia sfrenata di ricominciare e con quel dolore ricostruire la mia vita e quella della mia terra. Pensi che me ne sia dimenticato? Pensi davvero che io abbia perso l’amore verso di essa? Io voglio esser di nuovo bambino e correre allegro tra la gonna di mia madre e il bastone del nonno. Io voglio ancora le carezze di mio padre e le sue letture poetiche prima di andare a dormire. Sono cose che non potrò più avere, ma che posso dare. Il mio dolore è il mio biglietto da visita. Ma io sono un altro uomo, che posso ancora dare e riemergere.>> L’altro me mi guardò beffeggiante e disse secco: <<Non qui.>> Poi fece il solito ghigno e proseguì: <<Imparerai la lezione. Sei solo un numero, un ennesimo numero da catalogare, gestire e ricollocare. La tua fiducia mi fa venire il voltastomaco. Dovresti solo pregare di non finire in ospedale dopo aver incontrato le armi della polizia al confine. Lo farò io per te. Ti aspetto al ritorno. Ben arrivato.>> <<Eccolo lì il muro! Quel bastardo della guida aveva ragione, è pieno di cani e agenti armati. Ora come la mettiamo?>>, il ragazzino sputò a terra e si strinse le braccia al petto per il freddo. Sì, eravamo arrivati. Effettivamente era pieno di guardie, anche se non sembravano controllare tutto il reticolato. Spostandoci verso destra avremmo avuto un ampio spazio libero. Il problema erano i cani e il loro naso. Puzzavamo. Puzzavamo di miseria e paura. Mi voltai e mi vidi guardarmi, sorridere, alzare le mani al cielo e urlare. Fu così che arrivarono i draghi.

HR Giger - Alien III (1996), litografia

HR Giger – Alien III (1996), litografia

Tu devi sperimentare il dramma per conoscerlo e prevenirlo. La pelle altrui ti fa schifo, non la sopporti, inquina l’ambiente abituale. Devo generalizzare per decifrare un malessere soggettivo. Perché tu vuoi partecipare, e per farlo devi condividere il pensiero della massa deforme. Tu sei convinto di non poter vivere altrimenti. Ti hanno insegnato che la diversità genera ribellioni e solitudini. Hai appreso la lezione e ora giustifichi la tua aridità col principio che le acque sono morte e gli algoritmi utili alla socialità. Tu abbrevi il raggio della speranza nell’immobilità dei divani. Sei un pollice su di un pulsante in procinto d’un’infiammazione perenne. Click. Da dietro cime abissali s’alza un demoniaco urlo che sconvolge la piattezza dei giorni a venire. Gli alberi s’inchinano al suo disperato lamento. C’è una lunga processione d’animali che cerca un paesaggio utile alla salvaguardia della specie. Tu stai pronto col mirino puntato. Conterai fino a dieci e poi: no, non lo farai: sei un qua qua qualsiasi. Non mi stupisce questa tua ritrosia. La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza4. La menzogna è realtà e diviene presente e passato. L’estremismo abbraccia le tue esperienze sterili. È quotidianità. Tu vivi nel dilemma identificativo, non sai da che parte stare. Nel frattempo cadono come alberi secchi sul suolo e il loro corpo genera una ferita inestinguibile perché la terra ha solo memoria del sangue che s’accumula, si dilata, che attende il giorno del verdetto e della condanna. La terra è realtà ed è presente, passato e futuro. Tu apprendi questa lezione dai telegiornali e dai titoli accattivanti condivisi dagl’amici. Tu perdi il tuo tempo a discapito del tuo corpo e della sanità pubblica. Tu dai troppo lavoro ai becchini. E i cimiteri esplodono di gioia.

"La banda di Giuseppe Verdi" di Francesco De Grandi

“La banda di Giuseppe Verdi” di Francesco De Grandi

I draghi ruotavano sulla nostra testa; facevano un chiasso assurdo coi loro rauchi versi e lo sbatter d’ali lento e meccanico. Il fuoco delle fauci era un faro che circoscriveva la zona protetta. Il vento improvviso ci costrinse a chiudere gli occhi e a coprirci i volti sudati dal freddo intenso dell’ansia e della fame e del ghiaccio che marmorizzava gli alberi e rendeva difficile la salita fino al muro. I soldati non davano peso a quel assordante suono e alle folate improvvise. I soldati, essendo pezzi di ferro e circuiti, non avevano i problemi di una casa esplosa e il cuore ferito dalla morte dietro ogni sguardo. Stavano fermi, sicuramente ci aspettavano, il tradimento fa parte della condizione umana per la sopravvivenza del più forte. <<Non so bene come fare, la signora va caricata sulle spalle. Tu pensi di farcela? Io starò davanti, ho le cesoie nella borsa. Inoltre, se per caso mi beccano, vi coprirò: correrò verso di loro mentre voi tornate indietro di corsa. Ci siamo capiti?>>, dissi strofinandomi gli occhi indolenziti. <<Non penso sia una buona tattica. Lo dico per te: se gli corri incontro, ti farai uccidere. Tu non conosci la loro lingua né loro la tua. Ti prenderanno per un pazzo suicida. I saggi ormai sono morti con la prima alba del mondo.>>, disse il vecchio rivolgendo lo sguardo alla notte. <<Non importa. Sono già morti tutti e io avrei poco da guadagnare dopo quel muro. Ho sofferto e continuerò a soffrire. Non sono né giovane né anziano. In poche parole: non servo a nulla.>> Non ci furono altre osservazioni, perché l’attenzione venne catturata da una situazione orribile che si stava andando a creare: da una delle torrette sbucò uno di quegl’esseri marci e zoppicanti incontrati tra i fabbricati. Cominciò a confabulare con uno dei soldati e, d’un tratto, indicò noi, il bosco, la catastrofe della nostra storia. Il soldato che discuteva con quell’abominio urlò qualcosa ai suoi colleghi. Questi si voltarono e puntarono i fucili verso il nostro nascondiglio. Nel frattempo i draghi presero a puntare il loro fuoco verso di noi. <<Siamo nella merda>>, disse il ragazzo. Arrivarono altri soldati e altri esseri deformati armati. <<Ma a cosa servono tutti quei mostri e quelle armi, siamo solo dei dispersi e dei disperati! Che Dio ci aiuti.>>, disse la signora con le lacrime agl’occhi e le mani giunte a preghiera rivolte al cielo. <<Mi prenda con lei, capitano. Non posso accettare questo dolore e quest’infamia verso l’uomo. Ho bisogno di combattere per dare un senso al mio posto sulla terra, per ricordare i nomi di tutti i defunti. Mi dia una spada e uno scudo: che le mie ferite siano il sangue dei martiri e della possibilità!>>, dissi guardando il cavaliere che fissava i soldati pronti all’attacco. Disse: <<Voi siete il presente, noi il passato e loro tentano di conquistare il futuro. Voi capitate in mezzo, sarà sempre così per il presente. Siete un passaggio, un errore di calcolo; nessuno vi considera nel momento in cui voi esistete. A loro non interessa cosa vi accadrà oggi né cosa vi sia successo ieri. A loro interessa che domani non sia come oggi, che l’ordine venga rispettato e che le paure siano sempre condivise e rese inquietanti. Loro hanno capito che se si vuole un domani, bisogna cancellare ciò che è avvenuto in passato così da renderlo possibile, non colpevole, non compreso, riutilizzabile e giustificato dalle masse. Tu devi salvare il tuo corpo e il tuo spirito e quello dei tuoi compagni. Non siamo mai soli. Tu sei degno di questa terra. E ogni morte è un’offesa inscritta nel tempo e, cosa che loro non vogliono comprendere, nel futuro. Quel futuro d’odio e repressione che stanno creando.>> Non ci furono altre parole tra noi due. Iniziò la battaglia. Un’altra guerra dove crollarono case, le ossa e vennero psicologi per sostenere gl’incubi dei bambini. Noi ci trovammo immersi in altri rimpianti e colpi di mortaio. La descrizione della guerra si risolve in polvere, fiammate urla e crateri inestinguibili. Tagliai la rete di filo spinato, feci passare i miei compagni e dinnanzi a noi si parò il vuoto. Un grande abisso ci assorbì nel suo insieme confusionario e immobile. La nostra identità non ha certificato di nascita. Tutta la nostra esistenza si è ridotta a una ricerca forsennata della casa dei nostri sogni: quella che abbiamo lasciato, quella che siamo costretti a ricevere. Mi voltai indietro ad osservare la fine di un conflitto che non conosce misericordia. Non c’era più nessun combattimento. Solo soldati che ci prendevano a calci mentre tentavamo la fuga verso l’ennesima, provvisoria salvezza. Ci furono degli spari. I cani ringhiavano sotto la luna di formaggio. Qualcuno gridò ad un Dio che nel silenzio dei secoli ha sconfitto l’idiozia e la banalità del figlio ribelle, lasciandolo al suo inferno, al suo destino programmato. Mi girai verso i miei compagni, erano stanchi ma confortati. Loro non hanno visto nulla dietro ai loro passi. Loro vivono nella speranza di una casa e nell’amore democratico di una madre carica di cicatrici e disprezzo. <<Andiamo.>>, dissi. E c’incamminammo mentre la notte sbiadiva e un’altra notte riluceva nei brividi infiniti di una prigione o di un cespuglio umido e selvaggio.

"La zattera dei migranti" di Lorenzo D'Andrea

“La zattera dei migranti” di Lorenzo D’Andrea

2.
Europa era una ragazza dotata di una bellezza singolare. Quando Zeus la vide ne fu talmente eccitato da portarla sull’isola di Creta per violentarla. Ciò avvenne dentro un boschetto di salici. Così nacque la prima piaga. Da qui parte e si conclude la nostra storia, carica d’amore e aggressività. Incipit della creazione. Andando tutti per lo stesso mare. Andando tutti per la stessa strada. La nostra storia.

Io: Ho un cuore in un letto d’ospedale innamorato del letto d’ospedale.
Lei: Mi hai tradito ancora.
Io: Mi sono allontanato da ogni cosa.
Lei: Cosa ti spinge verso l’estremo?
Io: Le mie ali scorticate.
Lei: Così cadrai dentro le tenebre del ricordo.
Io: C’è già un cadavere dentro di me.
Lei: Posso vederlo?
Io: Guardami.
Lei: Posso toccarlo?
Io: Toccami.
Lei: Non mi ami più.
Io: Ho amato così tanto da indurre al suicidio il mio corpo.
Lei: La tua metamorfosi è stata solamente una cicatrice nell’anima.
Io: Le mie ossa tremano. Nasce in me un senso di pericolo incontrollabile.
Lei: Hanno offeso la tua vita.
Io: Hanno distrutto le mie origini.
Lei: Ora aspettami dove mai più c’incontreremo.
Io: Ti aspetto da un tempo non descrivibile.
Lei: Sono sempre stata lì. E ti ho osservato.
Io: Ti ho sempre vista lì, ma non ricordavo il tuo nome. Per raggiungerti.
Lei: Bastava un tuo sguardo e sarei diventata il tuo viaggio di speranza.
Io: Io ho conosciuto la tua ospitalità in divieti e bastoni.
Lei: Questa è la malattia che mi ha colto.
Io: Non so se ci sarà mai un citofono col mio cognome a casa tua.
Lei: La tua terra ti chiama.
Io: La mia terra non mi offrirà più il sole del mare. La mia terra è silenzio.
Lei: Fin quando non tornerai, resterai uno straniero. L’accento del luogo ti rende parte del suo passato.
Io: Il mio passato è stato distrutto e non trovo nessun ricordo tra le cose che lo rappresentano.
Lei: Sei destinato all’assenza.
Io: La mia terra è assenza. E io sono la mia terra.
Lei: Non c’incontreremo mai. Lo ricorderai il mio nome?
Io: Il tuo nome è una cicatrice inferta. Tu ricorderai il mio?
Lei: Il tuo nome è inciso sulle mie labbra e le mie labbra conoscono unicamente la tua carne.
Io: Conosco i brividi dei tuoi morsi e dei tuo baci agognati.
Lei: C’incontreremo.
Io: Non c’incontreremo mai. Sono qui e non mi vedi. Sono qui e sono in prigione. Chi sono per te?
Lei: Sei la lesione sulla mia pelle divisa e mai contenta. Ricorre in me l’odio e la deportazione.
Io: Non voglio far parte di te. Cullami e basta.
Lei: C’è un lato di me che lo farà.
Io: Non mi considerare un numero nelle tue tabelle. Non cerco la sopravvivenza.
Lei: Io sono solo il tramite. Ora, ti prego, amami per quella che sono.
Io: Ti amo per quella che sei. Sono qui per te.
Lei: E non hai paura della mia follia politica e razzista?
Io: Ho solo paura delle tenebre del ricordo.
Lei: C’è già un cadavere dentro di te.
Io: È la mia terra e la mia famiglia. Il mare che non rilascia perdono.
Lei: Sei destinato all’assenza.
Io: Non senza di te.
Lei: Io sono già assente. Al primo sbarco, al primo centro d’identificazione.
Io: Mi abbandonerò alle cose che accadono e cercherò la mia terra.
Lei: La tua terra ti chiama?
Io: La mia terra è silenzio. E io invece urlo. E anche tu servi silenzio.
Lei: Siamo fatti della medesima costituzione. Scompariamo, divorati da una malattia indicibile.
Io: Allora, ora, ti prego, amami per quello che sono.
Lei: Sarà fatto: ce ne andremo insieme e torneremo a casa, la casa del vuoto e delle macerie.
Io: C’incontreremo lì.

(Ed il pubblico esorta ed applaude)

"Verso la pubertà o le Pleiadi" di Marx Ernst

“Verso la pubertà o le Pleiadi” di Marx Ernst

NOTE.
1 Blaise Pascal
2 Czesław Miłosz
3 Jean-Paul Sartre
4 George Orwell

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